Mediterraneo fotografia

12-06-2015 08:12

tags: Fotografia, Napoli, Archivio, mediterraneo, terra, mare,

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Mediterraneo: fotografia tra terra e mare.
Archivio di Stato di Napoli - giugno 2015

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14-10-2014 10:49 | |

Paure e privazioni

Nei suoi primi dieci anni di vita (1935-1945), mia madre mi raccontava della sue paure ed indigenze economiche. Il periodo storico della seconda guerra mondiale non potè far altro che incrementare questi timori di bambina, in un terrificante intersecarsi di ignoranza e credenze religiose.
Tutti questi suoi oscuri sentimenti mi sono ricomparsi in mente sfogliando un libretto di preghiere, salmi, invocazioni che mia nonna (la madre di mia madre) portava sempre con sé, insieme alla sua figlia, durante i bombardamenti di Roma tra il 1943 e il 1944.
Come poteva essere di conforto per una bambina, la spaventosa icona del “Sacro cuore” di Gesù? Come poteva essere consolatoria l’immagine/occhio di Dio che dall’alto vedeva tutto, anche i peccati di una bambina? Come si può pensare di essere redenti/salvati, protetti dal pericolo, quando già l’iconografia e i dogmi religiosi erano loro stessi fonte di paure?
Attraverso la distruzione che ogni guerra produce, una madre e una figlia, nel protrarsi del loro rapporto, affidano alla fragilità di credenze popolari e religiose, la loro quotidianità segnata da paure e privazioni…

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Oltre la "retro...spettiva".

24-05-2014 09:43

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Friedrich, Caspar David (1774-1840)
Pittore tedesco apprezzato, molti anni dopo la sua morte, per le peculiarità dei suoi paesaggi. La pittura di paesaggio, fino all’epoca di Friedrich, presentava la natura come elemento vitale dell’esperienza umana. Il paesaggio invita l’osservatore a muoversi al suo interno, nella sua tradizionale suddivisione in tre piani (primo e secondo piano, sfondo) il secondo piano svolge l’importante funzione mettere in connessione ciò che è vicino (grande in scala, ma in realtà piccolo), con ciò che è lontano (piccolo in scala, ma in realtà grande) liberando così l’uomo dall’opprimente sensazione della sua piccolezza di fronte allo spazio. In molti paesaggi di Friedrich si nota invece la mancanza del secondo piano in questa sua valenza mediatrice. Lo spazio del dipinto risulta suddiviso in una zona in primo piano spesso animata da figure, a cui fa immediatamente seguito lo sfondo, per lo più nettamente separato da quella, così da apparire lontano e irraggiungibile. Lo spettatore che voglia stabilire delle misure non riesce ad orientare lo sguardo, per cui lo sfondo si presenta come una visione, come la meta di un desiderio nostalgico o anche l’oggetto di una occulta paura (Monaco sulla spiaggia). (Viandante sul mare di nebbia; Donna al sole del mattino; Paesaggio serale con due uomini).

In questo suo modo di rappresentare il paesaggio, e tra il primo piano e lo sfondo, Friedrich spesso inserisce figure viste di spalle, figure sempre portatrici di un messaggio sull’uomo. Spesso si tratta di viandanti, turisti, cittadini che vanno a simboleggiare la transitorietà dell’esistenza terrena, sottolineando il significato dei diversi settori dello spazio, per cui il primo piano rappresenta il mondo terreno, mentre lo sfondo il mondo ultraterreno. La vista dell’infinito, per esempio dell’aria o del mare, risveglia un senso di tranquilla malinconia, e comunque di mistero. I contenuti di Friedrich sono profondamente romantici, cioè un’espressione del sublime, del misterioso, dello sconosciuto, dell’infinito, basati sulla vita dei sentimenti, sul rapporto uomo –natura. Finitezza dell’uomo e infinità della natura, solitudine individuale e comunione con l’universo. Friedrich riesce a creare nei suoi dipinti una dualità unificata tra uomo e natura, una delle ragioni per cui di fronte alle sue opere ci prende un senso di rapimento, di ammirazione e di misterioso disagio.

Eduard Boubat (1923-1999)
Fotografo e giornalista, della cosiddetta fotografia umanistica francese.
Quelle persone girate dall’altra parte cosa guardano? Cosa guarda il fotografo assieme a loro? C’è sempre un orizzonte, oltre. Le fotografie di Boubat si aprono, fanno respirare l’osservatore. Fotografie per chi ama la lentezza. In una frase scritta sul suo taccuino (1999) appunta “Dio si presenta di spalle”, e forse questo spiega tutto.



Elina Brotherus (1972- )
In una corrente della fotografia contemporanea si parla di immagine-performance. L’immagine diventa prestazione (performance) nel momento in cui è l’unica finalità di quanto viene mostrato: la messa in scena fa l’immagine, la posa è stabilita per l’immagine. La sua teatralità non ha la vocazione di produrre un messaggio, ma di aprire il senso. L’immagine-performance va pensata nell’incontro tra il punto di vista dell’attore e lo spettatore, e non come la relazione tra una cosa vista da un fotografo e presentata (riportata) a uno spettatore come risultato di questa visione. In quanto autore dell’operazione-sguardo, il fotografo scompare nell’immagine-performance. L’immagine conserva questa relazione privilegiata tra attore e spettatore, dato che è proprio per quest’ultimo che conta. Elina Brotherus mantenendo intatto il meccanismo di composizione sperimentato da Friedrich duecento anni prima, dispone le figure umane facendole interpretare nell’immagine e per l’immagine, il ruolo della figura romantica della contemplazione. La calma è una caratteristica che si propaga dalle immagini di Elina Brotherus per arrivare fino a noi che le guardiamo, catturandoci al loro interno per una fruizione che non ci pone più di fronte all’opera ma che, viceversa, ci proietta al suo interno, ci catapulta in quel prato in quello spiazzo, in quella spiaggia, dicendoci: “guarda, siamo qui”, e in questo c’è tutta la volontà di vivere insieme che la condizione della solitudine afferma.


Sandro Lombardo
Oltre la “retro…spettiva”. Mi è capitato di provare a sviluppare il tema della reciprocità della visione. “Retro”: termine utilizzabile in maniera ambivalente, da una parte la possibilità di trasmettere l’idea di posteriorità temporale, dall’altra quella di posteriorità prettamente fisica, spaziale. Questo concetto mi è servito per raggiungere due mete: in una ho cercato di evitare la manipolazione della spontaneità, della “messa in posa” dei soggetti destinati ad entrare nell’obiettivo fotografico. Nell’altra volevo fare in modo che i soggetti stessi, così ripresi, rappresentassero una sorta di diaframma, attraverso cui si passa dalla loro “posteriorità”, a ciò che davanti si immagina di intravedere: il loro per così dire “oltre”.

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Musica e poesia

Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, una collina di epigrafi/epitaffi in cui parlano i protagonisti ma senza filtri, che l’essere ancora in vita costringeva ad adottare. La morte unico giudice obiettivo di fronte alla quale siamo tutti uguali. Da questo libro di poesie sono state tratte rappresentazioni teatrali, televisive, musicali, fotografiche. Così nel 1971 Fabrizio De Andrè pubblica un nuovo long playing, Non al denaro, non all’amore né al cielo, con nove riletture musicali di altrettante poesie tratte dall’antologia. Ecco che la voce del Suonatore Jones diventa la voce dell’arte, della poesia, della musica, che sintetizza quell’armonia che travalica il tempo umano. Il musicista trasfigura il brutto attraverso il ricordo, è un ottimista che sa mantenere la sua libertà condividendo la sua musica. “E ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto”.


Così nella fotografia e nella interpretazione fantastica della narrazione poetica, Mario Giacomelli: "In Spoon River ho fotografato il ricordo; non è un riandare ai fatti, è la dimensione della memoria. Amarsi in mezzo alla natura, il tuo corpo è come un tronco d'albero, perdi il senso della carne. L'uomo e la donna nel tempo e nella luce serica della notte, la luce che cade (la poesia sta nei passaggi di luce) e i volti che si fondono con la natura. Il ricordo e la natura. I fiori disegnano il tessuto della donna e nel cielo, le stelle, qualcosa si fonde assieme, la natura ha un valore immenso. Spogliati di giorno, di notte, nudi in mezzo ai campi, la terra, la luna. Non puoi mentire alla fotografia. In Spoon River distruggo la realtà e fotografo il ricordo, deformo per rifare la realtà, quello che io vedo e scatto sono copie della realtà." Quando l'immagine si ispira alla poesia: è questo, in sintesi, il lavoro di Mario Giacomelli. La sequenza intitolata "Caroline Branson" ed ispirata ad una delle poesie dell'Antologia di Spoon River, è stata realizzata in tre anni dal 1971 al 1973. Le fotografie sono precedute e commentate da Roberto Sanesi, poeta e studioso della letteratura anglo-americana. (Mario Giacomelli, Omaggio a Spoon River, Editore Motta)



Sulla collina del Cimitero acattolico di Roma, si legge la poesia e si respira piacevolmente la caducità dell’esistenza, e qui ho trovato la mia antologia di Spoon River.
“Se conosciamo l’uomo, difficilmente ricorderemo la sua Storia”.

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Cinema

12-05-2014 08:52

tags: Cinema, Cocteau, Lattuada, Stanley Kubrick,

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Vicino ad Arles, dove mi sono recato per il Festival Internazionale della Fotografia (Les Rencontres d’Arles), esiste una cava (Carrières des Lumières) riadattata a cattedrale dell’arte. In questo estatico contesto viene proiettato di Jean Cocteau (1889-1963) il suo ultimo film: “Il testamento di Orfeo” (1960). Vedo così palesarsi l’ispirazione per tentare di raccogliere un’immagine in bilico tra surrealismo, sogno e realtà: difficile mix in quella sospesa atmosfera.
Lo stretto rapporto tra due linguaggi quali il cinema e la fotografia, è parte della pluridecennale storia delle arti visive. Fotografi che sono diventati registi, oppure grandi registi che hanno avuto un background fotografico. Questo è il caso di Stanley Kubrick (1928-1999) in esposizione quest’anno a Roma e a Genova. In questo caso ho ritrovato nei suoi scatti di fine anni quaranta New York, il mio stesso approccio alla street photography in non cerco obbligatoriamente il bressoniano momento decisivo, piuttosto il tentativo di mettere in scena la realtà, dibattuto tra la mia paura e il mio desiderio di guardare. Sia il mezzo fotografico che il dolly cinematografico possono essere uno stimolo di riflessione sul mezzo stesso e sull’ambiguo ruolo dello spettatore.
Nella stessa direzione ho provato a rallentare il tempo in immagine square, cristallizzando l’uomo in rapporto con gli spazi e gli oggetti del suo tempo. Questo lavoro fu fatto anche nell’ unico libro fotografico pubblicato nel 1941 da un altro regista cinematografico, Alberto Lattuada (L’occhio quadrato).

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Alla ricerca di un corpo che abbia un anima

10-05-2014 06:58

tags: Mostra fotografica, Nudo,

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Mostra fotografica collettiva presso l'UPTER - Roma (aprile-maggio 2014)

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